lunedì 2 marzo 2015

Ti troverò ai confini del cuore - Capitolo 1


E poi un bel giorno tutto si fece più chiaro. Mentre il sole giocava a nascondino con le nuvole Alex  comprese che doveva dar retta al suo istinto e andarsene via da quel posto.  Andarsene lontano. Da tutto. Da tutti. Ma soprattutto da lei. Nicole. Che in quel momento raccoglieva in sé,  sia tutto che tutti. Lo aveva detto tante volte che un giorno se ne sarebbe andato. Lo avrebbe fatto in un pomeriggio anonimo. Uno come tanti. Ma nessuno gli aveva mai creduto. Nessuno aveva mai pensato che avrebbe avuto il coraggio di farlo. Soprattutto lei che, compiaciuta, gli aveva sempre ripetuto “Sono serena! So che tu non mi lascerai mai.”. Ma non era colpa sua. Questo era solo il prezzo da pagare per tutte le sicurezze che gli aveva dato lui.

Primo errore da non commettere quando vuoi che una ragazza si innamori di te.  Non farle mai capire che tu l’aspetterai da qui all’eternità. Finirà per darti per scontato. E penserà sempre di non doverti dimostrare niente. Tanto tu sarai sempre là.

Ci pensava guardando fuori dal finestrino dell’aereo che era appena decollato. Guardando il cielo e guardando Roma che di lì a poco sarebbe diventata soltanto un dolce ricordo. La guardava dall’alto e da lontano, la sua città.  Quant’era bella  vista da lassù. Anche se era sempre più distante. Con i suoi colori che resistevano ai dispetti della foschia. Con i suoi palazzi e i monumenti che si intravedevano in lontananza e che diventavano sempre più piccoli a mano a mano che l’aereo prendeva quota. La guardava pensando che al suo ritorno sarebbe stata tale e quale. L’avrebbe trovata là, al solito posto. Come ad aspettarlo. E lei lo avrebbe accolto a braccia aperte. Emozionata come una madre con un figlio che torna a casa dopo un lungo viaggio. Roma sarebbe rimasta uguale. Ma lui no. Lui non sarebbe stato più la stessa persona. Dopo l’esperienza che stava per vivere tutto sarebbe cambiato. Dentro di lui e dentro la sua vita. Una vita che doveva riprendersi e stringere di nuovo dentro la sua mano.

In quel momento non c’era più nulla che lo trattenesse in quella città. Nemmeno lei che fino al giorno prima era stata l’unica ragione della sua esistenza. Lei che era stata l’anima di tutto. E che lo era stata da sempre. Fin da quando erano bambini. Dai tempi dei banchi di scuola. Quando amare era solo guardarsi negli occhi senza arrossire e darsi la mano sotto il banco facendo finta di niente per non farsi scoprire dalla maestra. Ricordava quei giorni lontani come i più teneri e ingenui di un sentimento di cui non riusciva a trovare il punto di partenza, nemmeno con la fantasia. “Dovevo segnarlo sul calendario il giorno in cui mi sono innamorato di Nicole!” si ripeteva di frequente “E anche l’ora precisa. E il minuto. Dovevo disegnare su un foglio le prime emozioni che ho provato e quel brivido lungo la schiena quando i suoi occhi, hanno centrato per la prima volta i miei e “boom”. Hanno fatto esplodere tutto”. Ma tanto a cosa sarebbe servito? Per lei ad un certo punto era cambiato tutto. Alle medie si era innamorata del tipo della terza mentre loro erano ancora in prima. Niente più bersagli da puntare e colpire. Niente più cuori da far scoppiare. Ma per lui no. Per lui tutto era rimasto esattamente come prima. Come sarebbe stato per sempre. Per l’adolescenza. E anche oltre.

Nicole  era il vertice del suo passato. Dei suoi sogni. Delle sue speranze. In quegli anni, lei era stata sempre il centro di ogni cosa. Il centro del suo mondo. Delle sue giornate. Dei suoi pensieri. Lei era sempre stata il cuore di ogni oggetto e di ogni concetto. Lei era nelle chiavi del motorino. Nell’ iPod. In un panino. Lei era ovunque.  Nelle pagine di un diario. Nelle tracce di un cd. Lei riusciva ad entrare in ogni cosa. Anche nelle canzoni stonate cantate in spiaggia con gli amici intorno a un falò nelle notti d’estate. Con la chitarra scordata. A urlare alla notte che l’amavi anche se a lei non gliene importava più niente di te. O nelle poesie. Persino in quelle noiose del liceo che la prof di lettere ti chiedeva di spiegare “a parole tue” alle interrogazioni e che tu, le “parole tue”, le trovavi solo quando riuscivi a inventarti lei in ogni verso, anche in quelli che non c’entravano niente con l’amore e coi sentimenti. E prendevi sempre sette o sette e mezzo quando la mettevi in una rima. Alex la trovava persino nelle patatine fritte del fast-food sotto casa o in un gelato preso al porto. Quello che si scioglieva sempre quando lo mangiavi passeggiando, perché finirlo velocemente significava andare via. Ed era sempre troppo presto quando stavi insieme a lei. Lei che era la dolcezza di un dolce al cioccolato e l’amaro di un caffè senza zucchero. Lei che era il blu del mare e l’azzurro del cielo. Lei che dava voce al silenzio ed era nei contorni di un sogno. Lei che la seguivi in motorino mentre correva in bicicletta con il vento che le scompigliava i capelli. In quelle gare senza senso che facevate il sabato pomeriggio con te che la facevi attaccare al tuo braccio quando ti accorgevi che non ce la faceva più. E poi la lasciavi andare. Arrivava sempre davanti a te, all’albero in fondo alla strada. E tu che volevi sempre essere il primo, una volta tanto eri felice di essere l’ultimo.  Lei che era una serie continua di attese, al telefonino, anche nel pieno della notte e poco cambiava se quella vibrazione era una chiamata o solo un sms. Perché era comunque lei che ti stava cercando. Lei che quando spariva pregavi di trovarla persino negli spam della tua casella di posta o al livello successivo di un gioco del cellulare. Tra un caramella mangiata e un game-over. C’era lei. Sempre lei. E ancora lei. Con le sue facce strane. Con le smorfie che ti faceva  quando la prendevi in giro. Ed era bella in ogni momento. Anche quando si sentiva brutta. Era bella sempre. Soprattutto quando rideva. E tu ti sentivi un Dio. Perché ogni volta che succedeva ti faceva sentire come l’unico al mondo in grado di farla ridere in quel modo. Ma era bella soprattutto quando per un secondo sembrava perdersi nei tuoi occhi. E poi abbassava lo sguardo sentendo nell’animo chissà quale impercettibile emozione. Un qualcosa di inconscio che lei non razionalizzava, ma che tu vedevi distintamente in quei rari momenti in cui i vostri sguardi entravano l’uno nell’altro. Perché tu, i suoi occhi i non ti limitavi a guardarli. Quando prendevi coraggio, tu ci andavi dentro e anche oltre e riuscivi a vedere anche cose che lei non poteva nemmeno immaginare.  In quei momenti rubati sentivi che era tua. Sola tua. Che non c’era niente intorno. Solo tu e lei. Nessun pensiero. Nessuna distrazione. Nessun rumore. Nessun odore. Niente. E soprattutto nessun altro. Solo voi due. E in quei momenti ti sentivi disarmato. Avrebbe potuto chiederti la luna e tu saresti andato fino in cielo per prenderla e portargliela. Tu che ti scioglievi ad ogni suo sguardo anche se il più delle volte guardavi ovunque meno che nell’unico posto dove dovevi guardare davvero. I suoi occhi.  Ma un secondo era così veloce che non facevi in tempo nemmeno ad accorgerti che era lì, che già se ne era andato via. Evaporato nell’aria come una bolla di sapone. E tu rosicavi per giorni. Passando pomeriggi interminabili a sognare di riprenderti ogni momento in cui c’eravate stati solo voi due. Ma l’aria s’era rarefatta e in quegli stessi momenti lei era con le amiche a parlare di qualcun altro. O direttamente al cinema con i suoi occhi in quelli di lui. Un lui che non eri tu.  

Lei era l’amore e tutto quello che c’è dentro questa parola. Perché l’amore lo puoi trovare ovunque. In tutto quello che vuoi, quando sei con lei. Persino in un supplì o in un pezzo di pizza da Cesare, il tipo forte del chiosco dietro l’angolo.  O in quel ciondolo d’avorio che le regali inventandoti mille simboli e significati, solo per darti un tono, anche se in realtà non sai nemmeno di che cosa stai parlando. Quell’amore, lo trovi quando ti parla. Quando ti racconta di lei. Quando ti dice “Ci sentiamo presto!” e tu sai già che ti aspetteranno giorni di attesa spasmodica per un suo cenno che non arriverà mai abbastanza presto.  Lei è quel tipo d’amore che a quindici o sedici anni, trovi momento dopo momento soprattutto quando hai la fortuna di crescere e diventare uomo insieme a lei. Trascorrendo insieme tutta la adolescenza. Come il suo migliore amico. Quello che c’è sempre. Quello che si fa sempre trovare anche se ogni tanto ti allontani. Quello che gli puoi raccontare tutto tanto ti capisce sempre al volo. Quello che non si addormenta nemmeno quando ha sonno perché tu hai ancora voglia di parlare. E Amen. Teniamo gli occhi aperti anche se sono sveglio da 20 ore e avrei solo bisogno di andare a dormire. Quello che ti aspetta comunque anche se sei perennemente in ritardo. Quello che gli basta guardarti negli occhi per capire cosa ti passa a metà strada fra il cuore e la testa. Quello che non chiede mai e men che meno pretende. Quello che intuisce quando hai bisogno di piangere e sa sempre inventarsene una nuova per riuscire a farti sorridere. Quello che è felice quando ridi di gusto per le sue battute cretine. E che ogni volta che succede si accende dentro come la luce di un faro allo stadio.

Quello che è così perfetto da diventare quasi irreale. Che quando diventa  tutto questo non è già più il tuo migliore amico perché nel frattempo si è innamorato di te. Tu non lo hai capito, ma il bello è che forse non se ne è accorto nemmeno lui. 

Alex non aveva realizzato subito che i suoi sentimenti erano più di una grande amicizia. Non sapeva nemmeno quando fosse successo di essersi innamorato. Questo forse perché in fondo non c’era stato un momento preciso in cui questo era accaduto. Probabilmente perchè lei per lui era stata amore da sempre. Dal primo momento in cui con gli occhi era entrato nei suoi. Da quel primo giorno di scuola in prima elementare. Dal sorriso che le aveva fatto dopo la merendina che aveva diviso con lei durante la ricreazione. Lo aveva supposto in seguito. Negli anni a venire. Quando aveva cominciato a sentire un nodo alla gola ascoltandola parlare degli altri ragazzi con cui stava. E quando vedeva che lei lo incoraggiava a rimorchiare questa o quella tipa, dicendogli  “Vai Alex, buttati. Perché sei troppo bello sia dentro che fuori. Pochi sanno far sentire una ragazza importante come ci riesci tu. Di uno come te non ci si può non innamorare.”

“E allora perché non ti innamori tu di me! Anziché fare da sponsor alle altre!” 

Ma a volte, il dramma dei belli e dannati come lui, è proprio lì. Nel fatto che puoi rimorchiare tutte le ragazze che vuoi, perché sei bello, sicuro di te, vesti alla moda e sei pure simpatico. In più sei addirittura sensibile, perché oltre ai fumetti leggi pure Walt Whitman. Sai suonare la chitarra e col tuo gruppo sul palco  sei un “figo” da paura. Sai sempre cosa dire. Sei uno che ci sa fare. Tutte ti sbavano dietro. Meno che lei. E questo è l’horror in 3d della tua misera esistenza. Puoi avere tutte quelle che ti vogliono, tranne la sola che veramente vuoi tu.

Fatto sta, che tutte le volte in cui aveva tentato di rivelarle i suoi sentimenti, lei lo aveva sempre smontato, con qualche frase ad effetto. Brava Nicole. Un tempismo da paura! “Un amico come te è la fortuna di ogni ragazza!” o ancora “Dimmi come devo fare per fargli capire quanto l’amo!”. E ogni volta gli toccava tirarsi indietro, avvertendo l’amara sensazione che provarci  non sarebbe servito a niente, perché per lei, lui non sarebbe stato altro che il miglior amico. Niente di più. E pensare che con le altre non c’era mai nemmeno il tempo di pensare a come fare, che loro erano già ai suoi piedi.

Secondo errore da evitare se ti sei deciso a dirglielo e glielo vuoi confessare. Quando le dici che hai bisogno di parlarle, fallo tutto d’un fiato e dille che l’ami, prima che lei ti possa interrompere. Se glielo permetti, sappi che nelle sue parole ci sarà sempre qualcosa in grado di abbatterti prima che tu faccia in tempo a dire quello che senti. E’ tipico delle donne. Quindi fai in fretta, altrimenti ti tocca tacere.

Tutto quello che venne dopo fu un susseguirsi veloce di eventi. Alex passava da una ragazza all’altra senza  fermarsi mai con nessuna. Perché dentro aveva solo lei. E Nicole rimase incinta di un tipo che aveva conosciuto durante le vacanze al mare e che alla notizia se ne era lavato le mani senza volerne in alcun modo sapere. Il bambino oramai aveva tre mesi e lei aveva deciso di crescerlo da sola non potendo contare sul padre in nessun modo. Alex gli era stato vicino, come il caro amico onnipresente, ricoprendo il solito ruolo che di giorno in giorno gli andava sempre più stretto. Guardava quel bambino agitarsi felice nella culla e si chiedeva ogni volta sospirando perché il padre non fosse lui. E malediceva il sole. La spiaggia. Il mare. Perché se quell’estate in vacanza con lei ci fosse stato lui, forse ora sarebbe stato tutto diverso.

Terzo errore che un uomo non deve fare se la vuol far innamorare. Non perdere una bella occasione quando si sviluppa la possibilità di passare del tempo insieme. Non rimandarla  per nessuna ragione al mondo. Non è detto che si ripresenti. E il suo non ripresentarsi può significare un cambio radicale del vostro destino.

A un certo punto Alex non ce l’aveva fatta più. Si era stancato di sentirla parlare solo di quell’idiota. Di sentirla dire “Voglio lasciarlo libero di tornare da me solo quando vorrà lui!” o “Non faccio altro che pensare a lui!” o peggio “Alex, magari lui fosse come te. Sarei la donna più felice del mondo!” che, cavolo, è la frase più triste che una ragazza può dire a un ragazzo innamorato. Perché lei non lo sa e lui non può nemmeno reagire. Non glielo può mostrare. E neanche spiegare.  Erano quelli i momenti in cui si sentiva al centro della sua indifferenza. Che figata! Era pur sempre il centro di qualcosa. E manco si poteva lamentare. Perché altri, tipo Lo Smilzo, con le loro ragazze non erano proprio il centro di niente. Non si potevano godere nemmeno la bella amicizia che aveva costruito lui con lei.  Ma il centro del nulla non è che sia poi questa gran soddisfazione. Lo sopporti all’inizio. Ma alla fine diventa uno strazio.  

E quindi, aveva cominciato a sentire ogni cosa frustrante.  Non era rimasto niente di quel tutto che lei era stata tra quei palazzi della loro Roma assonnata, dove avevano vissuto fin da bambini e che li aveva visti crescere fino a diventare i quasi ventenni che erano ora. Non era rimasto molto nemmeno della loro stupenda amicizia, perché Alex sentiva che il tempo dei supereroi era finito in quell’ultimo fumetto, e che interpretare il ruolo dell’uomo invisibile era diventato  impossibile persino per lui.

“Ma vallo a spiegare a quelli del gruppo che parto per un viaggio a causa di un sogno che ho fatto in una notte delirante, dopo essermi scolato una bottiglia di vodka ascoltando l’ heavy metal, io che sono quello di chitarra scordata e lagne mielose sotto la luna.”

Doveva avvertire Lo Smilzo, il suo amico di sempre, che aveva deciso di andare. Lui era l’unico a sapere di quel sogno. Ma inizialmente non lo aveva preso sul serio. Sentendolo ora deciso, e con un biglietto aereo in mano, lo avrebbe preso sicuramente per matto. Gli avrebbe consigliato “uno bravo” per risolvere il problema. E poi si sarebbe imbestialito perché era inaccettabile che lui partisse proprio due giorni prima della finale del torneo di calcetto. Diamine. Non riuscivano ancora a credere di essere arrivati fino in fondo, nonostante le papere del portiere e i chili di troppo del capitano. E lui li lasciava così?! Ma Alex oramai era convinto. E testardo com’era non sarebbe mai ritornato sui suoi passi.

Riscrisse quell’sms almeno cinque volte. “Smilzo.. me ne vado.. tu sai perché.. non fare domande.. prendo l’aereo  per Edimburgo.. non chiamarmi tu.. mi faccio sentire io!”. Poi tolse “non fare domande” tanto figurati se non le avrebbe fatte! Quindi levò “prendo l’aereo per Edimburgo!” tanto lo Smilzo sapeva che la prima tappa sarebbe stata quella. E dopo via pure “tu sai perché” frase del tutto inutile perché “che ne poteva sapere lui!” di quello che aveva dentro, nonostante di Alex conoscesse a memoria tutta la storia.

Ma “conoscere” nel senso di “essere a conoscenza” è una cosa. Capire nel senso di “comprendere le intime ragioni di..” è tutta un’altra storia. E in questo Lo Smilzo proprio non ci prendeva. Buono e caro quanto vi pare. Sempre pronto a spaccarsi in quattro per tutti, soprattutto per Alex, che considerava un fratello. Ma quella storia lì proprio non la riusciva a digerire. Andare in lungo e in largo per l’Europa a cercare fra la folla dei perfetti sconosciuti perché te lo dice una donna con un cane che hai visto in un sogno fatto dopo una sbronza. Il tutto perché? Perché per andare avanti devi tornare indietro a cercare pezzi di te sparsi per il mondo.. e… “ No. Per lo Smilzo eravamo nel campo dell’assurdo. E glielo aveva detto senza troppi giri di parole. “Tu stai male perché hai capito che con Nicole non c’è più niente da fare. Ti sei ubriacato e hai delirato. Fratello. Non fare pazzie! La vita è qui. Adesso. Puoi avere tutte le donne che vuoi. Non c’è solo lei al mondo. E poi. Che vuol dire “Tornare indietro per andare avanti”, senza darti altre grandi spiegazioni. No. Non ci sto! Sto viaggio è una follia!”

Per questo, alla fine, togli di qua, togli di là, in quell’sms era rimasto uno scarno “Smilzo.. me ne vado.. mi faccio sentire io!” Breve. Diretto. Efficace. Per poi spegnere prontamente il cellulare. Lo avrebbe riacceso una volta sbarcato in Scozia, e avrebbe trovato almeno dieci chiamate dell’amico. Oltre a una serie di insulti irripetibili via messaggio. Ma lo Smilzo era come un fratello. E alla fine avrebbe accettato anche tutto quello che in quel momento non era in grado di capire.

Prima di andare all’aeroporto  Alex era passato dal locale in cui Nicole lavorava. Sapeva che era di turno, quella mattina. Nella caffetteria non c’era molta gente a quell’ora, ma era sufficiente perché lui potesse nascondersi dietro un separè a guardarla, passando quasi inosservato. Lei non si accorse di lui e lui restò a osservarla per un tempo indecifrabile. Con i suoi occhi delicati e discreti che riusciva a posare su di lei solo quando sapeva che lei guardava altrove. Avrebbe voluto dirle tante cose. Dirle finalmente quanto l’amava, perché non riusciva più a tenersi tutto dentro e lei non era riuscita a capire niente da sola. Ma dopo quello che era successo qualche giorno prima, non aveva più senso fare la figura del cretino. Dopo che lei gli aveva ripetuto per l’ennesima volta che sentiva di amare il padre di suo figlio e che avrebbe fatto di tutto per rintracciarlo nonostante lui non avesse mostrato alcun interesse per loro. Alex aveva capito che non c’era più niente da fare. Che mai Nicole avrebbe potuto ricambiare i suoi sentimenti. Se non era successo sino ad allora, non sarebbe accaduto più. Mai lo avrebbe guardato con gli occhi giusti. Mai. In silenzio, se ne era andato via promettendole di rivedersi quell’indomani che non arrivò mai. Se ne era tornato a casa, come un cane bastonato,  con un nodo stretto alla gola e quelle lacrime disperate che quando ti scendono dentro fanno più male di quando ti bagnano il viso. E si era ubriacato come fanno gli alcolizzati. Per non sentirsi più stretto nella morsa della sua indifferenza. Per non pensare a lei. Per dimenticare quei “Ti voglio bene! Guarda che a te ci tengo!” che per lui non potevano più essere abbastanza. Per scordare il suo volto. Per non sentire nelle orecchie il fragore delle sue risate. Per non cercare nell’aria continuamente quelle particelle di sguardi che avevano annientato i suoi. Per imparare a odiarla. Per cancellare quanto fosse bello sentire di amarla.

Ora era là, prigioniero di quel profondo senso di inutilità. Lui che le avrebbe dato il mondo se solo lei glielo avesse chiesto. E dopo tutto quello che avevano condiviso, dopo tutto quegli anni vissuti ai margini del suo cuore pur essendo componente importante della sua vita, non si sentiva nemmeno in grado di farle un ultimo saluto. Lui che sapeva sempre trovare le parole giuste per ogni discorso. Lui che odiava scrivere ma che a voce sapeva sempre fare breccia nell’anima di chi lo ascoltava. Le avrebbe voluto raccontare del sogno. Di quella donna sconosciuta che gli era apparsa dal nulla e gli aveva fatto quel discorso strano di cui rammentava ogni singola parola.

“Per andare avanti ad alcuni tocca tornare indietro. Molto indietro. Là dove il tempo si ferma in tutto ciò che non cesserà mai di muoversi. Chi vuoi tu riuscirà a vedere dentro i tuoi occhi solo quando tu avrai imparato a guardare anche dentro occhi che non siano soltanto i suoi. Vai dove ti mostro e riprenditi quei pezzi di te che vengono da lontano. Mischiati nella folla. Osservala. Scrutala. Perditi nello sguardo di chi avvicinandosi saprà sorprenderti. Guarda nel fondo dei suoi occhi. E vai oltre. Fai quello che ti sarà chiaro fare. E lì dentro troverai qualcosa di te. Di ciò che eri. E di ciò che sei ora, anche se purtroppo non lo sai. Quando avrai ripreso con te ogni tuo frammento di anima e ti sentirai pronto, potrai tornare. Solo allora lei riuscirà a guardarti come la guardi tu. Tornerò a trovarti. Non temere. E di volta in volta, riuscirai a capire. ”

E poi gli mostrò un foglio in cui c’erano i nomi di alcune città. Alex svegliandosi  frastornato e confuso anche per i postumi della sbornia, non aveva dato inizialmente importanza a quel sogno assurdo. Ma nel momento in cui accendendo il pc sul desktop aveva trovato un documento word aperto con l’elenco esatto delle città che la donna gli aveva mostrato, non potè più ignorare la cosa. Provò a spegnere e riaccendere il pc. A resettare. A staccare e riattaccare la presa della corrente. Ma il documento era sempre là. Con l’elenco delle città. Si fece una doccia. Un caffè doppio. La barba, anche se di peli da togliere ce ne erano sempre troppo pochi.  Ma il documento era ancora là, visibile, nonostante il computer in standby. Due giorni di riflessione e la decisione di partire, nonostante i tentativi di dissuasione dello Smilzo che era il solo con cui aveva avuto il coraggio di confidarsi. Quel fenomeno assurdo del documento sempre aperto era la dimostrazione che in quel sogno e nelle parole della donna c’era qualcosa di reale. Qualcosa da ascoltare. In fondo non c’era niente da perdere. Ad Alex i soldi non mancavano. Fosse stato tutto una specie di bluff della fantasia annegata nell’alcool al peggio si sarebbe fatto una lunga vacanza. Ma qualcosa dentro gli diceva che doveva andare e alla fine si decise.

Guardò Nicole per un’ultima volta prima di andar via senza voltarsi più indietro. Guardò i suoi occhi luminosi. Il suo sorriso meraviglioso. I suoi capelli raccolti. Nessun artista l’avrebbe potuta disegnare più bella di quanto era in quel momento. Chissà  cosa sarebbe stato di loro. Uno quando parte e sta via per tanto tempo non torna mai esattamente uguale a come era prima. E’ naturale cambiare almeno un po’. E’ fisiologico. E anche chi resta dopo un periodo di distacco, non puoi pensare di trovarlo così come lo hai lasciato. Solo Roma sarebbe rimasta tale e quale. Lui e Nicole sicuramente no. Cosa avrebbe pensato della sua sparizione? Forse, concentrata com’era ad aspettare il suo amore,  non si sarebbe nemmeno accorta della sua assenza. O forse no, visto quanto l’assenza di chi è sempre presente non si può non notare quando poi non c’è più. Ma a quel punto a nulla servivano pensieri che avrebbero creato solo inutili rimpianti. Era ora di andare. Senza pensarci su una volta di più.

Un pensiero alla chitarra che giaceva nella stiva dell’aereo, sotto il peso ingombrante di trolley e valigie di ogni forma e colore. Povere corde.

E uno sguardo nel libro di Paulo Coelho “Il manuale del guerriero della luce”, a pagina 104 dove ad un certo punto si legge “I guerrieri della luce sovente si domandano che cosa stanno facendo qui. Molte volte pensano che la loro vita non abbia alcun significato. Perciò sono guerrieri della luce. Perché sbagliano. Perché si interrogano. Perché continuano a ricercare un significato. E finiranno col trovarlo”.

Ed era proprio lì il senso del suo viaggio. Nella ricerca di quel  significato.

Roma diventava sempre più piccola e alla fine scomparve fra le nuvole. Lui si addormentò. La sua avventura stava finalmente per cominciare. 


7 commenti:

  1. In trepida attesa del secondo episodio :)

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  2. Siiiii .... Pat

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  3. Brava Sil, mi piace molto! Daje con la seconda parte! =) Elsa

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    1. Grazie, amichetta mia... nonché collega scrittrice ... :-)

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  4. Sei riuscita a portarmi dentro la storia ... e non è poco, complimenti :)
    Solo un piccolo appunto quando Alex parla di Nicole quel paragrafo è un po' troppo lungo a tratti esagerato (quello che inizia con "Nicole era il vertice ...."), ovviamente è una mia modesta opinione ;).
    domani vado con il secondo capito ....
    ciao
    Fabrizio

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